Il Premio Nobel Venki Ramakrishnan racconta, dal punto di vista molecolare e biochimico, il processo di invecchiamento e tocca il tema della ricerca dell’immortalità. Con un tocco di filosofia
Perché moriamo? La domanda dovrebbe essere di per sé un incentivo sufficiente ad acquistare il nuovo libro di Venki Ramakrishnan, chimico e biologo che, nel 2009, si è aggiudicato il Premio Nobel per le sue scoperte sulla funzione e il ruolo del ribosoma. Un lungo cammino di studio che lo scienziato di origini indiane ha riassunto nel libro "La macchina del gene", pubblicato da Adelphi nel 2021. La stessa casa editrice ha deciso di dare alle stampe anche il suo secondo saggio "Perché moriamo? La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità", un’indagine accurata sui processi che determinano l’invecchiamento dell’organismo e al contempo un viaggio verso la ricerca dell’immortalità che trova nella cellula il suo simbolo di maggiore forza. Riconoscendo nelle terapie avanzate il futuro da inseguire.
"Perché moriamo? La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità" (Adelphi, 2025) rappresenta l’ultima sfida editoriale di un insigne ricercatore che ha scelto di accostarsi a un tema complesso e controverso, ma di diffuso e condiviso interesse. Il titolo offre da subito un’indicazione chiara della dimensione dell’opera: prima ancora che sui meccanismi scientifici che determinano l’invecchiamento e prima di indagare tutti i modi in cui l’uomo ricerca di perpetuare sé stesso, Ramakrishnan si chiede semplicemente le ragioni per le quali moriamo.
Per quale motivo le nostre cellule ad un tratto cominciano a seguire una traiettoria declinante che le conduce a impazzire (come nel cancro in cui stravolgono la loro natura) o a perdere le loro funzioni (come nelle malattie neurodegenerative)? La ricerca ha inizio nel mondo animale dove esistono specie in grado di vivere molto più a lungo di noi, ad esempio lo squalo della Groenlandia o l’eterocefalo glabro, un piccolo roditore che vive nelle gallerie sotterranee e nelle caverne delle zone desertiche dell’Africa orientale. Espressioni di diverse strategie ecologiche, perfettamente adattati agli (estremi, per certi versi) ambienti di cui hanno umilmente preso possesso, questi animali stimolano da lungo tempo la curiosità degli scienziati e dei biologi evoluzionisti, invitandoli alla ricerca del segreto della longevità.
Dove sia custodito tale segreto non è dato sapere ma Ramakrishnan fa partire il suo viaggio dal tempio per eccellenza dell’esistenza, quel doppio filamento di DNA che qualcuno chiama anche libro della vita e che racchiude tutti i segreti per la costruzione di un individuo: di che colore saranno gli occhi e i capelli, quanto lungo sarà il naso, se avrà o meno nevi sulla pelle. Il DNA dice moltissimo di noi ma lo stesso chimico indiano raccomanda di diffidare dalla supponente pretesa di esaurire ogni ricerca nella lettura del DNA, poiché questo è in costante dialogo con l’ambiente che ci circonda. Da qui l’introduzione al concetto di epigenetica, verso la comprensione di quali siano i meccanismi biochimici che regolano l’accensione di alcuni geni o lo spegnimento di altri. Geni oncosoppressori o oncogeni. E ancora gli errori in fase di duplicazione del materiale genetico e poi l’avvio dei processi di apoptosi con cui le cellule si proteggono dalla propagazione di tali errori. Ramakrishnan si sofferma anche sulla patogenesi di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer in deciso incremento in una società come la nostra, di anno in anno più vecchia.
Secondo i più recenti dati ISTAT nella nostra società sono in aumento i rappresentanti delle fasce demografiche più avanzate e ciò significa che nell’immediato futuro salirà l’incidenza di patologie debilitanti - la demenza è una di queste - e saranno sempre più necessarie politiche di assistenza efficaci. Al contempo, però, ci si aspetta che la ricerca scientifica faccia la sua parte per trovare soluzioni di cura in grado di rallentare o fermare questi processi. Solo negli ultimi dieci anni l’invecchiamento e l’estensione della vita sono stati al centro di oltre trecentomila pubblicazioni scientifiche e sono ormai centinaia le aziende e le biotech che stanno investendo nella ricerca su questo fronte, per un totale di svariate decine di miliardi di dollari. Sono numeri che testimoniano un impegno serio a individuare non solo nuovi trattamenti per patologie a maggior insorgenza nella fase avanzata dell’esistenza, ma anche a mettere a punto soluzioni per cronicizzare la malattia, preservando la qualità di vita.
Nel suo stile unico e con quel pizzico di filosofia che contraddistingue altri ricercatori provenienti dalla sua stessa area culturale, Ramakrishnan si interroga sulle fedi con cui l’uomo ha nei secoli cercato di vincere la morte - resurrezione, paradiso, reincarnazione - citando esempi da civiltà che ci hanno lasciato una profonda eredità culturale e spirituale. Ma al contempo lo scienziato Premio Nobel stabilisce come tutto ciò non sia sufficiente e guarda alla scienza come a un mezzo moderno per scovare il Sacro Graal dell’immortalità. Possibile? Auspicabile? Purtroppo abbiamo di fronte esempi che ambiscono al medesimo obiettivo in maniera troppo pop, come nel caso del milionario americano Bryan Johnson, propugnatore di una speciale dieta e di uno stile di vita pianificato per rallentare il processo di invecchiamento cellulare: chiacchiere new age? Pubblicità? O solo il capriccio di chi possa permettersi di spendere la vita a misurare le proprie attività e prestazioni quotidiane? Johnson incarna un modello pericoloso da cui prendere le distanze. Ramakrishnan tenta, invece, di rispondere a domande esistenziali importanti mediante un’approfondita analisi della fisiologia dell’invecchiamento e delle tecniche per contrastarlo, aprendo a una sfida che molti scienziati cercano di vincere: preservare la giovinezza e la salute, mentre le lancette dell’orologio biologico inevitabilmente avanzano.





