Una startup svizzera, fondata da ricercatori italiani, ha l’obiettivo di creare una piattaforma per il trasporto di RNA verso organi specifici, aprendo nuove frontiere nella medicina personalizzata
Partendo dai più recenti vaccini a mRNA, sviluppati per combattere la pandemia di COVID-19, lo studio di queste molecole a scopo preventivo e terapeutico ha guadagnato sempre più spazio nella ricerca biomedica. Tuttavia, per poter ampliare sempre di più le loro applicazioni, è necessario che queste molecole possano essere trasportate in modo sicuro direttamente agli organi bersaglio. E, proprio con questo obiettivo, la startup Evis Bioscience, nata dal Politecnico federale svizzero - l’Eidgenössische Technische Hochschule (ETH) di Zurigo - ha sviluppato un sistema innovativo per veicolare l’mRNA (e non solo) a specifici tessuti del corpo, aprendo la strada a molti altri impieghi, tra cui il trattamento di malattie genetiche rare. Abbiamo intervistato la Prof.ssa Elita Montanari, Co-founder & CTO di Evis Bioscience.
TRASPORTARE L'RNA DOVE SERVE DAVVERO
“La nostra tecnologia si basa sulla terapia genica e, in parte, sfrutta lo stesso principio impiegato nei vaccini anti-Covid a mRNA, ovvero l’uso di nanoparticelle lipidiche sintetiche (LNP) per trasportare l’mRNA all’interno delle cellule bersaglio”, dichiara Montanari. “Tuttavia, stiamo lavorando per migliorarla creando dei sistemi di trasporto ibridi (parzialmente biologici) a bersaglio molecolare. Infatti, le LNP utilizzate in quei vaccini funzionano molto bene quando somministrate localmente, per esempio per via intramuscolare o sottocutanea. In quel contesto sono in grado di attivare il sistema immunitario in loco, veicolando l’mRNA a cellule come i macrofagi e le cellule dendritiche. Il problema è che, se somministrate per via endovenosa, quelle stesse nanoparticelle tendono ad accumularsi quasi esclusivamente nel fegato. Ragione per cui le LNP funzionano in modo adeguato anche per patologie epatiche, ma non per altri organi o tessuti”.
Questo rappresenta un limite importante per le terapie a mRNA, che oggi risultano poco efficaci nel raggiungere organi bersaglio come il cervello, il pancreas o i polmoni. “Noi stiamo lavorando proprio su questo: abbiamo sviluppato una tecnologia molto più versatile, in grado di veicolare l’mRNA anche in distretti extraepatici”, spiega Elita Montanari. “L’obiettivo è creare veicoli mirati, capaci di raggiungere organi specifici e superare le attuali barriere della terapia genica.” L’idea alla base del progetto Evis Bioscience è, quindi, duplice: da un lato sviluppare un veicolo in grado di raggiungere selettivamente uno specifico tessuto bersaglio, dall’altro creare una piattaforma tecnologica sufficientemente versatile da poter essere adattata a numerose patologie.
“Un altro grande vantaggio di questa tecnologia riguarda la riduzione della tossicità”, continua Montanari. “I veicoli che stiamo sviluppando derivano, infatti, direttamente dal nostro organismo: si tratta di particelle che, fisiologicamente, sono adibite al trasporto di molecole tra organi e tessuti [delle vescicole extracellulari Osservatorio Terapie Avanzate ha già parlato qui, NdR]. In questo modo, possiamo indirizzare l’RNA verso organi specifici, riducendo significativamente la tossicità associata ad altri sistemi di trasporto. Il nostro obiettivo è costruire un modello di medicina personalizzata. Questo significa partire dal sangue del paziente, isolare le particelle di interesse, caricarle con l’RNA terapeutico desiderato e reintrodurle nell’organismo. Nella fase iniziale ci stiamo concentrando su malattie genetiche rare, in particolare quelle pediatriche.”
ITALIA-SVIZZERA: ANDATA E RITORNO
Dopo essersi formata all’Università Sapienza di Roma, e dopo alcune esperienze in giro per l’Europa, la Prof.ssa Elita Montanari è arrivata in Svizzera, nel settembre 2020, per lavorare all’ETH di Zurigo. Proprio lì, è nata l’idea che ha dato origine alla startup Evis Bioscience. “Dopo tre anni di lavoro nel laboratorio del Prof. Jean-Christophe Leroux, in collaborazione con un dottorando, l’ETH ha deciso di brevettare l’invenzione e, rendendoci conto del potenziale della tecnologia, insieme a due co-fondatori (entrambi italiani), uno con un background in ambito bancario e l’altro nel business, abbiamo deciso di fondare la nostra azienda, che oggi è uno spin-off dell’ETH”, racconta Montanari. La startup è stata fondata nel giugno 2024 e, due mesi dopo, si è unita al team anche la Dott.ssa Raffaella Daniele, un’altra ricercatrice italiana.
Ma perché proprio in Svizzera? “Devo essere onesta: realtà come quelle dell’ETH esistono solo in pochi Paesi al mondo, si tratta di uno dei principali centri globali per la ricerca farmaceutica e la tecnologia biomedica. Per lavorare a questi livelli servono investimenti altissimi, infrastrutture avanzate, tecnologie sofisticate. È difficile immaginare che una simile iniziativa avrebbe potuto decollare in Italia, ma anche in altri Paesi europei, non per mancanza di competenze, ma per la scarsità di risorse, di strutture e soprattutto di una rete di supporto adeguata”, commenta la Professoressa. Secondo la ricercatrice, il problema non riguarda solo l’aspetto economico: “È anche una questione culturale e organizzativa: manca un sistema integrato che colleghi università, industria e ricerca applicata. In Italia, la maggior parte delle industrie farmaceutiche non investe in ricerca e il collegamento con le università, che in Svizzera si costruisce fin dalla formazione, è spesso assente. In Italia esistono poche realtà come la nostra”.
Nonostante le difficoltà, il legame con il nostro Paese resta centrale: “Sono tornata come Professoressa associata all’Università Roma Tre di Roma. Poter trasmettere agli studenti un know-how internazionale, l’esperienza maturata in contesti di eccellenza, è un modo per restituire qualcosa”, dichiara Montanari. “È anche forte l’idea di spostare parte della nostra ricerca nella capitale, sfruttando i laboratori dell’università, ovviamente in accordo con l’ateneo. E siamo aperti a collaborazioni con laboratori e aziende farmaceutiche italiane interessate alla nostra tecnologia. Vorremmo assumere giovani ricercatori italiani, creare opportunità per chi vuole fare esperienza con noi”.
PICCOLI RNA, GRANDI AMBIZIONI: GUARDANDO AL FUTURO
Sul fronte dello sviluppo clinico, l’azienda sta muovendo i suoi passi con obiettivi chiari e una roadmap ben definita, che punta a superare la fase preclinica, per approdare alla sperimentazione sull’uomo e, in parallelo, a rendere disponibile la propria tecnologia ai partner industriali interessati. “Attualmente siamo nella fase preclinica del progetto e stiamo testando la nostra formulazione su modelli animali ed organoidi umani. L’obiettivo immediato è completare gli studi preclinici e ottenere l’approvazione per l’Investigational New Drug (IND) e l’Investigational Medicinal Product Dossier (IMPD), passo necessario per avviare la Fase I della sperimentazione clinica, previa valutazione da parte di FDA ed EMA”, spiega ancora Montanari. “Come spesso accade per le startup biotech, il nostro traguardo realistico è arrivare fino alla Fase I: è il punto massimo di sviluppo sostenibile in autonomia”.
In caso di esito positivo, il passaggio successivo sarà rappresentato dall’uscita dall’ETH, con il trasferimento del progetto a realtà industriali in grado di proseguire lo sviluppo clinico su larga scala. “Parallelamente, un altro obiettivo è mettere la nostra piattaforma tecnologica a disposizione di aziende farmaceutiche che dispongono di RNA terapeutici, ma non hanno ancora un sistema di delivery efficace per raggiungere specifici organi o tessuti”, continua Elita Montanari. “Non vogliamo limitarci allo sviluppo di una sola formulazione per una singola patologia. Il nostro sistema è compatibile con diverse tipologie di RNA: dai piccoli RNA interferenti (siRNA), fino agli mRNA di dimensioni maggiori. Questa flessibilità apre la strada a numerose possibilità d’impiego, dal silenziamento genico all’espressione di proteine terapeutiche. Inoltre, il nostro veicolo è in grado di trasportare anche i componenti per l’editing genetico, inclusi sistemi basati su Crispr-Cas9, estendendo il potenziale applicativo anche alla modifica diretta dei geni”, conclude la professoressa.





