L’intelligenza artificiale (AI) scrive, sotto nostro input, un sacco di cose ogni giorno: dalle mail ai commenti, dai riassunti alle traduzioni. I ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute di Palo Alto - guidati da Brian L. Hie e Samuel H. King - hanno fatto un passo in più: hanno sviluppato un modello in grado di scrivere utilizzando un alfabeto diverso, i nucleotidi, le “lettere” con cui è scritto il nostro DNA. Evo è una AI (di cui sono state utilizzate due versioni, Evo1 e Evo2) che tratta il DNA come un linguaggio vero e proprio e che per la prima volta ha proposto e scritto interi genomi di virus funzionanti. Addestrato su milioni di sequenze di batteriofagi, ovvero i virus che infettano i batteri, Evo ha generato centinaia di varianti del fago ΦX174, un noto virus modello nella biologia molecolare. I risultati sono stati pubblicati su bioRxiv e, anche se non sono ancora stati sottoposti a revisione tra pari (peer review), rappresentato un notevole passo avanti.
Il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2025 è stato assegnato a Mary E. Brunkow, Fred Ramsdell e Shimon Sakaguchi per le scoperte fondamentali sul meccanismo della tolleranza immunitaria periferica, ossia su come l'organismo impedisca al sistema immunitario di attaccare i propri tessuti. Un processo che i tre ricercatori hanno ricostruito, tra gli anni Novanta e Duemila, lavorando su parti diverse ma complementari. Come fa il sistema immunitario a capire chi è un nemico da eliminare e chi no? E come mai a volte questo meccanismo non funziona? Queste sono le domande a cui risponde - parzialmente - il Nobel di quest’anno, una scoperta che ha permesso di avviare ricerche innovative nel campo delle malattie autoimmuni, dell’oncologia e dei trapianti. I protagonisti? I linfociti T, in particolare le cellule T-regolatrici (T-reg).
Dentro una cellula, il traffico ricorda quello di un hub di spedizioni: vescicole e molecole viaggiano come pacchi diretti verso “centri di smistamento”, tra cui l’apparato di Golgi e gli endosomi. Qui il contenuto viene controllato e instradato verso altre destinazioni, ma se tutto avviene troppo in fretta anche carichi preziosi – come le terapie basate su acidi nucleici – rischiano di essere etichettati come rifiuti e inviati ai centri di smaltimento cellulare: i lisosomi. In uno studio pubblicato su Nature Communications, un team - che ha unito ricercatori accademici e dell’azienda farmaceutica Roche - ha utilizzato la tecnologia Crispr-Cas9 per individuare i geni che regolano la velocità di questo sistema, scoprendo che rallentarlo può dare più tempo a queste molecole per sfuggire alla degradazione e raggiungere il loro obiettivo terapeutico.
Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a esplorare l’uso di CRISPR come nuova arma contro le infezioni batteriche, soprattutto quelle causate da ceppi resistenti agli antibiotici. Quest’estate, la società danese SNIPR Biome ha annunciato di aver somministrato al primo paziente in assoluto la terapia sperimentale SNIPR001: un cocktail di fagi armati con Crispr-Cas9 progettati per colpire selettivamente i batteri Escherichia coli resistenti agli antibiotici (ne avevamo parlato qui). Lo studio, attualmente in Fase Ib, rappresenta il primo test clinico di una terapia orale batteriofagica basata su CRISPR mirata al microbioma in persone affette da tumori ematologici sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche.
Tra i tumori rari il glioblastoma è uno dei più aggressivi e difficile da trattare. Le cellule tumorali si moltiplicano rapidamente e invadono con rapidità i tessuti vicini; i protocolli radioterapici e chemioterapici ad oggi impiegati per contrastarne la diffusione non riescono a contenere la crescita della massa, mostrando un’efficacia limitata nel tempo. Tuttavia, le sue stesse caratteristiche ne hanno fatto un bersaglio ideale per una strategia terapeutica che sfrutti i linfociti infiltranti il tumore (TIL), studiati e sviluppati da Steven Rosenberg più di quarant’anni fa. Ad aver ipotizzato la possibilità di usare i TIL contro il glioblastoma è stata la prof.ssa Serena Pellegatta, Responsabile della Struttura di Immunoterapia dei Tumori Cerebrali presso l’IRCCS Istituto Besta di Milano, e lo studio che ha guidato è stato pubblicato su Nature Communications.
Il 15 maggio 2024 un team del First Affiliated Hospital of Guangzhou Medical University ha impiantato il polmone sinistro di un maiale geneticamente modificato in una persona di 39 anni in stato di morte cerebrale, con il consenso della famiglia. L’organo - proveniente da un maiale Bama, in cui sono state effettuate sei diverse modifiche genetiche con la tecnologia dell’editing - è rimasto nel torace del ricevente per nove giorni, durante i quali i ricercatori hanno monitorato la risposta immunitaria, i segni di infezione e la funzione dell’organo. Lo studio, descritto il mese scorso su Nature Medicine, rappresenta il primo tentativo documentato di xenotrapianto di polmone umano da maiale. La pubblicazione mette anche in luce quanto la strada verso l’applicazione clinica degli xenotrapianti sia ancora lunga.
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