Gli occhi sono la nostra finestra sul mondo e solo un bambino ipovedente potrebbe spiegarci che cosa vuol dire cercare di intravedere cosa c’è fuori attraverso le tende chiuse. “Era passato meno di un mese dall’intervento quando mio figlio, guardandomi in viso, mi ha detto: Sai una cosa, mamma? Hai degli occhi bellissimi”, racconta mamma Maguiette con la voce rotta dalla commozione. Qualcuno aveva aperto le tende e Abdou riusciva a vedere, per la prima volta in otto anni, gli occhi di sua madre. Il bambino e la sorellina minore Asia, infatti, sono nati affetti da una grave forma di distrofia retinica ereditaria a esordio precoce: l’amaurosi congenita di Leber. Solo in seguito al trattamento con la terapia genica hanno riacquistato importanti capacità visive. Gli interventi sono stati eseguiti in collaborazione dalle unità di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù nell’ambito di un progetto avviato nel 2021 per la gestione comune di pazienti pediatrici e adulti affetti da degenerazioni retiniche ereditarie.
Un capitolo della medicina che ha risentito in maniera particolarmente positiva dei vantaggi della biologia molecolare è quello delle malattie metaboliche ereditarie nelle quali il deficit di specifici enzimi è causa di un accumulo di sostanze tossiche per l’organismo. Fra tutte spicca la fenilchetonuria (PKU) in cui l’analisi molecolare ha messo in rilievo l’esistenza di molte mutazioni, consentendo agli scienziati di ricorrere allo studio di diverse strategie terapeutiche: dalla terapia genica agli oligonucletotidi antisenso, senza trascurare le nuove tecniche di editing del genoma. Impariamo a conoscerle meglio con il prof. Alberto Burlina, Direttore del Centro Regionale Malattie Metaboliche Ereditarie della Regione Veneto e del Programma regionale Screening Neonatale Allargato per le Malattie Metaboliche Ereditarie dell’Azienda Ospedaliero-Università di Padova.
È ancora presto per parlare di guarigione ma di fatto, una persona con lupus eritematoso sistemico (LES), dopo 18 mesi dal trattamento con terapia CAR-T è ancora priva di sintomi, senza aver assunto nessun altro tipo di cura. Un secondo paziente è in remissione senza farmaci da un anno e così altri tre. Tutti hanno ricevuto un’innovativa terapia avanzata, con un'autorizzazione di “uso compassionevole”, che consente ai ricercatori di provare farmaci non approvati su persone gravemente malate senza altre opzioni di trattamento. “I risultati sono incoraggianti”, ha affermato Georg Schett, ricercatore della Friedrich Alexander University Erlangen-Nuremberg (Germania), che ha coordinato lo studio pubblicato lo scorso settembre su Nature Medicine. “Siamo rimasti davvero sorpresi di quanto fosse efficace”.
Quando si ha il raffreddore si prende un’aspirina e ci si mette a letto. Allo stesso modo, quando si ha mal di stomaco, si assume una “pillola” che lenisca i sintomi. Nella concezione comune le terapie sono farmaci sotto forma di compresse, pastiglie o soluzioni da inalare o iniettare: l’idea stessa della farmacologia è radicata nella preparazione di composti di sintesi che agiscano contro i meccanismi patologici della malattia. E allora come spiegarsi le terapie digitali? Che cosa sono esattamente, come vengono sviluppate e perché stanno contribuendo a cambiare l’attuale visione della medicina? A queste (e ad altre) domande risponderanno gli esperti invitati da Osservatorio Terapie Avanzate al webinar “Terapie digitali: dallo sviluppo alla pratica clinica - Una possibile rivoluzione in Italia?”, aperto a tutti, che si terrà venerdì 14 ottobre a partire dalle 10.30.
Sono passati più di dieci anni dal primo intestino in miniatura, prodotto in laboratorio a partire dalle cellule staminali che ricoprono la parete intestinale. Poco più che un ammasso di cellule, ma con un lume interno e strutture simili ai villi e alle cripte intestinali. Era solo l’inizio del nuovo entusiasmante percorso di ricerca sugli organoidi – modelli cellulari che riproducono nelle tre dimensioni un organo umano in miniatura, per testare la risposta a un farmaco o l’origine di una malattia. I ricercatori del Childern’s Hospital Medical Center di Cincinnati (Stati Uniti) hanno messo a punto un metodo per superare le sfide che ancora ostacolano la produzione su larga scala degli organoidi. L’articolo è stato pubblicato a giugno su Stem Cell Reports.
A leggerla superficialmente potrebbe sembrare la trama di un film di fantascienza anziché una complessa ricerca che mescola elementi di biologia cellulare, fisica dei materiali ed alta tecnologia. Invece è una chiara testimonianza di quanto gli avanzamenti tecnologici di questi ultimi anni stiano rendendo possibile lo sviluppo di pratiche mediche considerate solo un sogno fino a pochi anni fa. Di fatto, è grazie agli studi di un gruppo di scienziati italiani che sono stati compiuti enormi passi avanti per la messa a punto di una retina artificiale liquida che può essere iniettata negli occhi di quelle persone che soffrano di distrofie retiniche gravi come la retinite pigmentosa. La ricerca è stata recentemente descritta sulle pagine di Nature Communications.
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