Non esiste ancora un consenso sul modo migliore per umanizzare gli organi di maiale ma i recenti progressi hanno convinto l’agenzia regolatoria statunitense a dare il via libera
Il primo studio clinico coinvolgerà 6 persone e, se i risultati saranno positivi, potrà estendersi a 44. La sopravvivenza a sei mesi dallo xenotrapianto sarà considerata un indicatore di successo, anche se non è chiaro in quanti casi dovrà essere raggiunto questo traguardo. In attesa che cominci la sperimentazione - autorizzata lo scorso febbraio dalla Food and Drug Administration (FDA) - gli occhi sono puntati su Timothy Andrews, che oltre quattro mesi fa ha ricevuto un rene di suino editato, grazie a un’autorizzazione una tantum in regime compassionevole. L’uomo ha battuto il record detenuto in precedenza da Towana Looney (quattro mesi e 9 giorni con uno xeno-rene) e, nel momento in cui scriviamo, sta bene.
A fare il punto su progressi e umori è un articolo di approfondimento firmato da Jon Cohen su Science che ripercorre la travagliata storia di questo settore di frontiera della biomedicina. Dal primo prematuro tentativo con un rene di scimpanzé nel 1963, al celebre caso della neonata Baby Fae trapiantata con un cuore di babbuino nel 1984. Dall’ondata di entusiasmo di fine anni ’90 per le potenzialità della clonazione fino al rinascimento sancito dall’invenzione dell’editing genomico una decina di anni fa. Oggi la Cina è molto attiva nel campo, ma dei trapianti eseguiti lì sappiamo ben poco. L’Europa è rimasta indietro, anche se la Germania cerca di tenere il passo (l’Italia avrebbe le competenze, grazie all’esperienza di Avantea, ma è rallentata da problemi regolatori e mancanza di fondi come spiega Le Scienze).
L’epicentro della ricerca, in definitiva, è negli Stati Uniti, dove operano entrambe le società leader del settore e alcune emergenti. Lo scorso anno la United Therapeutics, l’azienda che ha ottenuto il primo via libera dalla FDA, ha inaugurato un allevamento-laboratorio da 75 milioni di dollari in Virginia e sta investendo altri 200 milioni per aprirne altri in Texas e Minnesota. L’obiettivo dichiarato è riuscire a fornire duemila organi l’anno. La eGenesis si accinge a sua volta a fare domanda all’FDA e prevede di produrre mille maiali-donatori all’anno nei suoi due centri. Il fattore limitante è il ricorso alla clonazione, un procedimento lento e costoso usato tuttora perché consente di conservare le modificazioni genetiche chiave apportate con l’editing, senza le complicazioni della riproduzione sessuale. Altre società meno note (XTransplant e Choironex, ma anche la cinese ClonOrgan) ricorrono alla clonazione solo inizialmente per poi passare agli incroci convenzionali tra animali strettamente imparentati, un approccio che potrebbe semplificare la produzione.
Le differenze tecniche comunque non finiscono qui. A cambiare è anche il numero e il tipo di interventi genetici eseguiti nei maiali con l’aiuto di CRISPR e finalizzati a rendere i loro organi più compatibili con i riceventi umani. Eliminare alcuni zuccheri di superficie che scatenano il rigetto iperacuto è uno step essenziale, a cominciare dal più importante: alpha-gal. Ma per il resto ognuno ha la propria ricetta. La eGenesis, per esempio, elimina tutte le tracce lasciate nel genoma suino da relitti virali detti PERV che in teoria potrebbero riattivarsi, anche se si tratta di un rischio remoto. Invece Revivicor e la sua casa madre (United Therapeutics) si accontentano di usare delle razze suine che hanno pochi di questi elementi già di partenza. E ancora: Revivicor inattiva il recettore dell’ormone della crescita per evitare che gli organi suini diventino troppo grossi, mentre altri usano dei mini-maiali come donatori per aggirare il problema. Sempre la Revivicor aggiunge dei geni umani nel genoma porcino, per controllare meglio le risposte immunitarie. Mentre Choironex sperimenta una via alternativa per rieducare il sistema immunitario, e in particolare le cellule T: trapiantare insieme al rene anche una porzione di timo.
Le prime prove di questa nuova stagione degli xenotrapianti sono state eseguite nel 2021 su pazienti in stato di morte cerebrale che avevano donato il proprio corpo alla scienza. Poi ci sono stati i primi interventi su pazienti vivi ma in condizioni così compromesse da lasciare agli organi trapiantati ben poche chance di successo (Osservatorio Terapie Avanzate aveva confrontato qui cinque casi esemplari: i primi due xenotrapianti di cuore, il primo xeno-rene, il primo xeno-timo-rene e il primo xeno-fegato, ma di quest’ultimo non sappiamo quasi nulla perché l’intervento è avvenuto in Cina). In ogni caso la sopravvivenza non è mai andata oltre i due mesi, per ragioni a volte indipendenti dallo xenotrapianto, a volte poco chiare. Mentre i trapianti da maiale a scimmia suggeriscono che con i giusti accorgimenti, e operando pazienti in condizioni non troppo compromesse, dovrebbe essere possibile passare dall’arco dei mesi a quello degli anni.
Il primo essere umano a superare il traguardo dei due mesi, e poi dei tre e dei quattro, è stata la cinquantatreenne Towana Looney. La donna aveva donato un rene alla madre prima di perdere la funzionalità dell’altro per complicanze legate alla gravidanza. Il 25 novembre 2024 ha ricevuto uno xeno-rene con dieci modificazioni genetiche, fornito dalla United Therapeutics e trapiantato presso il centro New York University (NYU) Langone Health. Dopo 130 giorni però, il 4 aprile 2025, l’organo è stato rimosso e la paziente è dovuta tornare in dialisi. Probabilmente per colpa di un’infezione non legata al trapianto, per combattere la quale è stato abbassato il livello dei farmaci immunosoppressivi. Ora il record di durata è passato a un sessantaseienne che è stato operato presso il Massachusetts General Hospital il 25 gennaio del 2025 e ha ricevuto un rene eGenesis.
Prima di sottoporsi all’operazione Timothy Andrews ha contattato Looney su Facebook per farsi raccontare la sua esperienza e sono diventati amici. Per una strana coincidenza il giorno in cui lui è entrato in sala operatoria Towana diventava famosa come la prima paziente al mondo la prima paziente al mondo ad aver superato il traguardo dei due mesi. Qui potete vedere il video di festeggiamento girato allo scoccare dei tre mesi dai medici di Towana, che dopo la rimozione dell’organo continua a dichiararsi contenta di averci provato. Finora Timothy è riuscito a superare indenne un’infezione non correlata al trapianto, forse anche grazie alla diversa strategia di immunosoppressione adottata: nel suo cocktail c’è un anticorpo monoclonale che inibisce una molecola presente sulla superficie delle cellule umane (CD154) e che potrebbe contribuire al rigetto. Secondo alcuni esperti l’anti-CD154 è uno degli accorgimenti che potrebbero fare la differenza per il successo a lungo termine.





