Scrivere con la sola forza del pensiero. Non è fantascienza, ma la nuova frontiera delle interfacce cervello-computer per comunicare in forma scritta senza l’uso delle mani. L’università di Stanford (Stati Uniti) ha realizzato un’intelligenza artificiale per "leggere nel pensiero" di un uomo paralizzato dal collo in giù. Un centinaio di micro elettrodi registrano l’attività cerebrale del paziente mentre immagina di scrivere con la propria mano, il software trasforma ogni segnale in una lettera e su uno schermo, in tempo reale, compaiono parole e frasi. La velocità di digitazione è la più alta mai raggiunta e potrebbe aiutare i pazienti con gravi paralisi a comunicare senza aprire bocca o muovere un muscolo. Lo studio è stato pubblicato a maggio su Nature.
La pandemia di COVID-19 non è ancora stata superata ma già ci si interroga sugli insegnamenti che ci sta consegnando, specialmente alla luce del fatto che in tredici mesi la ricerca scientifica ha saputo elaborare non uno bensì più vaccini contro il nuovo virus. Se si considera che ci vogliono fino a dieci anni per portare sul mercato un nuovo farmaco è impossibile non esultare per un tale risultato e diventa legittimo chiedersi quali delle procedure di emergenza adottate possano essere mantenute e applicate nel campo delle terapie avanzate. A questo proposito, in un interessante articolo pubblicato a fine maggio su Nature Italy - la versione italiana della celebre rivista scientifica - Michela Gabaldo, Responsabile Alleanze Industriali e Affari Regolatori di Fondazione Telethon, individua alcuni punti su cui vale la pena fare una riflessione.
La scarsità di modelli cellulari per testare i farmaci e studiare l’infezione da papilloma virus, principale fattore di rischio per il tumore al collo dell’utero, è uno dei maggiori ostacoli alla ricerca di uno dei tumori più letali al mondo per le donne. Un team dell’università di Utrecht (Olanda) ha descritto un nuovo metodo per la derivazione di organoidi 3D e ha generato, per la prima volta, una piccola banca di "tumoroidi", un tipo di organoidi formati dalle cellule tumorali dei pazienti. Questi tumoroidi permetterebbero di testare i farmaci in vitro su gruppi specifici di pazienti, aprendo le porte a future strategie di medicina personalizzata. Lo studio è stato pubblicato ad aprile sulla rivista Cell Stem Cell.
La proteina FOXM1 è coinvolta nella regolazione delle cellule staminali della pelle e questa informazione potrebbe aprire le porte a nuove applicazioni cliniche per malattie epiteliali come l’epidermolisi bollosa. Sono questi i risultati di una ricerca condotta da un team di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) presso il Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” e della biotech Holostem Terapie Avanzate, con la collaborazione del Dipartimento di Scienze della Vita e del Centro di Ricerche Genomiche dell’Ateneo, dell’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del CNR e dell’Istituto Clinico Humanitas. Il gruppo è guidato dal professor Michele De Luca, che di recente ha vinto un ERC Advanced Grant.
Durante la pandemia di COVID-19, diversi progetti di ricerca sono stati avviati con l’obiettivo di comprendere la natura, la prevalenza e la diffusione della disinformazione relativa alla salute. L’emergenza sanitaria, infatti, ha reso più evidente questa problematica che, da anni, affligge il web. Fino ad oggi, però, pochi sono stati gli studi capaci di delineare il profilo dell’utente vittima della disinformazione. Per colmare questa lacuna, un team di ricercata statunitense ha condotto un’indagine originale per comprendere meglio quali siano le caratteristiche delle persone più vulnerabili a credere alle “fake news” in ambito sanitario, e se questa tendenza dipenda dall’argomento trattato. Lo studio è stato pubblicato su American Journal of Public Health.
Le persone colpite da demenza manifestano una diminuzione graduale delle funzioni cerebrali, perdendo la capacità di ricordare, pianificare o relazionarsi in modo appropriato. Come se ciò non bastasse, anche le capacità motorie si deteriorano nel tempo, con conseguenze molto impattanti sui pazienti, sui familiari e sui caregiver. Ad oggi le diverse forme di demenza sono incurabili, ma uno studio clinico pilota sul disturbo cognitivo maggiore (MNCD) - i cui risultati sono stati pubblicati ad aprile sulla rivista scientifica Alzheimer's Research & Therapy - ha evidenziato per la prima volta che l'allenamento cognitivo e motorio migliora sia le abilità cognitive che quelle fisiche di queste persone.
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