Avviati due trial di Fase I per testare due diversi vaccini: uno condotto da Moderna e basato sull’mRNA, l’altro dall’Oxford Vaccine Group con l’utilizzo della piattaforma di vettori adenovirali
Ci sono nomi talmente evocativi da non necessitare di spiegazioni ed “Ebola” è uno di quelli: da cinquant’anni questo nome è abbinato a un virus letale e, per estensione, a una malattia in grado di falciare ferocemente migliaia di vite. Alcuni mesi fa l’esplosione di un nuovo focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha riportato in primo piano la pericolosità del contagio, facendo scattare un’emergenza mondiale che ha riportato in primo piano la corsa che da anni si sta facendo per mettere a punto un vaccino efficace. Grazie ai passi avanti fatti nella messa a punto di nuove tipologie di vaccini durante la pandemia da COVID, oggi le prospettive di successo sono aumentate rispetto al passato.
EBOLA: IL VIRUS LETALE
In realtà quello che tutti ormai conosciamo come un virus è, prima di tutto, un fiume che scorre nello Zaire dove, nel 1976, è stato segnalato il focolaio d’infezione che ha fatto conoscere il patogeno al mondo. Fu un medico di un piccolo ospedale del distretto di Bumba Zone a segnalare una ventina di casi di pazienti affetti da una terribile malattia mai vista prima: chi ne era colpito moriva affogato nel proprio sangue, con accessi di vomito e diarrea emorragici e crisi di epistassi che in pochi giorni fiaccavano il corpo, uccidendo i contagiati. L’ospedale fu presto costretto a chiudere dal momento che gli operatori che vi lavoravano erano stati tutti contagiati ed erano morti.
Nel giro di alcune settimane le autorità inviarono degli esperti e poco dopo il mondo fece la conoscenza del virus Ebola, la cui struttura filamentosa (e una serie di altre caratteristiche) finì per classificarlo nella nuova famiglia Filoviridae, di cui fa parte anche il virus Marburg, scoperto appena nove anni prima di Ebola. Diventato celebre anche al cinema - si pensi al film Virus Letale - Ebola è un virus a RNA del genere Orthoebolavirus di cui si conoscono 6 specie, tre delle quali sono state responsabili di gravi epidemie. L’ultima in ordine cronologico è stata scatenata dal virus BDBV, causa dell’omonima malattia.
UNA NUOVA EPIDEMIA IN AFRICA
A metà dello scorso maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato l’emergenza sanitaria in seguito a un focolaio segnalato nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. In assenza di vaccini approvati per la prevenzione dell’infezione e in mancanza di trattamenti adeguati per coloro che presentavano i sintomi, conta ancora di più la collaborazione internazionale che ha mosso medici ed esperti della malattia, richiamando l’attenzione degli scienziati sulla messa a punto di un nuovo vaccino. Così, mentre i primi si prodigavano in tutti i modi per offrire assistenza sanitaria ai malati, i secondi hanno studiato le sequenze genetiche del virus e iniziato a valutare possibili strumenti di prevenzione.
Rispetto al passato questo processo, normalmente lungo e non sempre destinato al successo, si è avvalso delle conoscenze e degli avanzamenti tecnologici generatisi durante la pandemia da COVID e che hanno condotto allo sviluppo di diversi vaccini (Osservatorio Terapie Avanzate ne aveva scritto qui e qui), indispensabili per superare la crisi in cui il mondo era piombato sei anni fa.
IL VACCINO DI MODERNA
Un comunicato stampa diffuso ad inizio agosto da Moderna - l’azienda di biotecnologie distintasi per lo sviluppo dei vaccini a mRNA durante la pandemia - ha annunciato l’avvio di uno studio clinico di Fase I incentrata su mRNA-1469, un nuovo candidato sperimentale per la prevenzione della malattia provocata dal virus Ebola Bundibugyo (BDBV), una delle specie più pericolose della famiglia dei filovirus di cui fa parte l’Ebola.
La tecnologia a mRNA, rivelatasi vincente contro il virus SARS-CoV-2, sta adesso permettendo di elaborare vaccini contro il cancro oltre che di rafforzare le risposte verso altre epidemie. Proprio come quella da Ebola Bundibugyo che ha investito alcuni stati del continente africano.
Il candidato vaccino di Moderna sfrutta la medesima piattaforma tecnologica nata per affrontare il virus SARS-CoV-2 e che aveva confermato di possedere rapida capacità di sviluppo, buona scalabilità e la possibilità senza precedenti di distribuire le dosi su scala globale in tempi rapidi. Inoltre, il programma in fase di sviluppo si appoggia alle attività di ricerca sui filovirus già in corso presso Moderna.
“La somministrazione di mRNA-1469 ai primi partecipanti costituisce una pietra miliare nel progresso verso un vaccino per il virus Ebola Bundibugyo, contro il quale attualmente non esiste alcun vaccino approvato”, afferma Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna che ha stabilito una collaborazione con il CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) nell’ambito di un progetto finanziato con 50 milioni di dollari per la ricerca di test pre-clinici e per la sperimentazione clinica di Fase I. “Siamo grati a CEPI, a Health Canada, ai ricercatori e ai partecipanti allo studio per il loro contributo al progresso di questo lavoro”.
Lo studio di Fase I sarà condotto presso tre centri clinici in Canada e valuterà la sicurezza, la tollerabilità e la capacità di mRNA-1469 di stimolare la risposta da parte del sistema immunitario in circa 84 individui adulti sani. Qualora i risultati di questa fase si rivelassero positivi la collaborazione con il CEPI sarà di sostegno a Moderna per la produzione su larga scala delle dosi necessarie per le sperimentazioni di Fase II e III. Infine, nell’ambito dell’accordo con CEPI, Moderna si impegnerà a mettere a disposizione almeno 500 mila dosi per una fornitura tempestiva ai Paesi a basso e medio reddito a prezzi di accesso.
Si tratta di un vaccino che fa ben sperare, visto anche il successo di un’altra piattaforma a mRNA, stavolta contro l’influenza: infatti, più o meno mentre i primi volontari venivano arruolati nei trial contro l’Ebola, la Food and Drug Administration (FDA) ha dato il via libera a mFLUSIVA® (mRNA-1010), un nuovo vaccino contro l’influenza stagionale, destinato a tutti gli adulti di età pari o superiore a 50 anni. Moderna prevede di rendere disponibile questo vaccino per tutti gli individui idonei negli Stati Uniti in vista della prossima stagione influenzale.
E IL CANDIDATO DELL’UNIVERSITÁ DI OXFORD
Tornando al virus Ebola Bundibugyo, il secondo vaccino in via di sviluppo esce dai laboratori dell’Oxford Vaccine Group e del Pandemic Sciences Institute dell’Università di Oxford, dove gli scienziati hanno sviluppato ChAdOx1 BDBV, ricorrendo alla medesima tecnologia che il polo universitario inglese e l’azienda farmaceutica AstraZeneca avevano impiegato contro il COVID-19. Nel giro di poco più di due mesi da quando l’OMS aveva dichiarato Bundibugyo un’emergenza pubblica internazionale gli scienziati di Oxford e i loro partner presso il Serum Institute of India (SII) hanno progettato e avviato lo studio BD-Ebov arrivando a somministrare le prime dosi ai volontari a luglio. Il SII ha prodotto il vaccino ChAdOx1 BDBV in tempi record e ne ha stoccato 620 mila dosi.
Successivamente, il team di ricerca ha continuato a reclutare e vaccinare i volontari, monitorando sia la sicurezza che le risposte immunitarie indotte dal candidato vaccino. Anche in questo caso i costi della sperimentazione sono stati coperti dai finanziamenti del CEPI, nell’ambito di un programma da 8,6 milioni di dollari destinato all’Università di Oxford e al SII per promuovere le attività di sviluppo del vaccino.
“Il raggiungimento di questo traguardo in un lasso di tempo così breve riflette uno straordinario sforzo collaborativo”, dichiara David Pulido-Gomez, del Pandemic Sciences Institute presso il Nuffield Department of Medicine, a Oxford. “Lavorando a fianco di tutti i colleghi e dei nostri partner siamo riusciti a traghettare questo candidato vaccino dall’ideazione alla fase clinica in sole otto settimane”. Un tempo record, impensabile fino qualche anno fa, che conferma il valore della preparazione scientifica e la necessità di adottare una catena di produzione scalabile.
Al contempo, la rapidità del risultato si spiega con la simultaneità di alcuni passaggi, sia clinici che non - una scelta che aumenta in misura notevole i rischi. Mente si raccoglievano i dati di immunogenicità, il processo produttivo si metteva in moto e sono stati avviati confronti con le autorità regolatorie sul protocollo. Una lezione che viene dall’esperienza con il COVID e che, per fortuna, non è stata dimenticata.





