Nel laboratorio del futuro, i biologi potrebbero usare il mouse più della pipetta e passare più tempo davanti a uno schermo che al bancone. Non perché smetteranno di studiare le cellule, ma perché a supportare – o persino sostituire – gli esperimenti tradizionali potrebbero esserci “repliche virtuali” di queste minuscole unità viventi: modelli creati con l’intelligenza artificiale (AI), capaci di simulare in pochi secondi risposte che oggi richiedono giorni o settimane di lavoro, come l’effetto di un farmaco o di una modifica genetica. Una rivoluzione che promette di accelerare enormemente la ricerca, riducendo costi e tempi. Ma non tutti sono convinti: secondo alcuni scienziati, le cellule virtuali sono ancora lontane dall’essere davvero affidabili – e forse non lo saranno mai del tutto. Un articolo pubblicato a luglio su Nature esplora potenzialità e limiti di questi modelli computerizzati.
Nel 1993, quando i dinosauri di Jurassic Park tornarono in vita sui maxischermi di tutto il mondo, Jesse Gelsinger aveva solo 12 anni ed era un adolescente come tanti, fuorché per la sua rara malattia - il deficit di ornitina transcarbamilasi - che era causa del deficit dell’omonimo enzima necessario a metabolizzare l’azoto in eccesso durante i meccanismi di degradazione delle proteine. Il nome di Jesse fu poi destinato ad entrare tristemente nella storia delle terapie avanzate: 6 anni dopo, nel 1999, fu il primo ragazzo a morire nel corso di un trial clinico con una terapia genica (ne abbiamo parlato qui). Per la storia della terapia genica il caso Gelsinger fu uno scoglio difficilissimo da superare, che film come Jurassic World - la rinascita sembrano continuamente rimettere sul cammino di questi trattamenti.
Circa un anno fa, mentre erano in pieno svolgimento i lavori del progetto retreAT di Osservatorio Terapie Avanzate, fu diffusa la notizia del primo paziente al mondo affetto da malattia di Usher di tipo 1B (USH1B) trattato con una terapia genica sperimentale a “doppio vettore” messa a punto nei laboratori dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) di Pozzuoli. In quell’occasione Francesca Simonelli - Ordinaria di Oftalmologia e coordinatrice dello studio clinico progettato per valutare la terapia sperimentale, e che partecipava al retreAT - ci aveva spiegato in cosa consiste e come funzioni l’innovativo trattamento. Ora, a un anno dall’intervento, il primo paziente ha recuperato la vista e, nel frattempo, la terapia genica è stata somministrata ad altri 7 pazienti, confermandone tollerabilità e sicurezza.
Il 29 luglio il Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha dato il via libera alla rimborsabilità di etranacogene dezaparvovec (Hemgenix), prima terapia genica per l’emofilia B autorizzata in Europa e prodotta da CSL Behring. Il trattamento, che ha ottenuto anche designazione di farmaco orfano, è stato approvato a novembre 2022 negli Stati Uniti e a febbraio 2023 nel Vecchio Continente. La terapia genica, somministrata in un’unica soluzione per via endovenosa, potrebbe avere un impatto significativo sulla qualità della vita dei pazienti, che a causa della malattia rara che colpisce le cellule del sangue devono sottoporsi a trasfusioni per tutta la vita per compensare la mancanza di Fattore IX (FIX) della coagulazione e prevenire le emorragie.
Storicamente l’evoluzione delle terapie avanzate è caratterizzata da importanti successi ma anche da grandi fallimenti, che nella pratica si traduce in vite salvate e, purtroppo, in alcuni decessi. In questi ultimi mesi il percorso della terapia genica delandistrogene moxeparvovec per la distrofia muscolare di Duchenne (DMD), già commercializzata negli Stati Uniti dall’azienda Sarepta Therapeutics (con il nome Elevidys) e in via di sviluppo clinico in Europa da parte di Roche, sta attraversando un momento molto critico. A seguito degli eventi fatali avvenuti negli Stati Uniti, lo scorso 21 luglio Sarepta ha annunciato la sospensione temporanea di tutte le spedizioni e somministrazioni della terapia. La ripercussione è arrivata anche nel vecchio continente dove, pochi giorni dopo, il Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha espresso un parere negativo riguardo all’approvazione di delandistrogene moxeparvovec.
Per decenni, uno dei dogmi della biologia ha affermato che il tessuto nervoso fosse “perenne”, cioè che, una volta formato, i neuroni restassero gli stessi per tutta la vita e che fosse praticamente impossibile osservare una rigenerazione in età adulta. Un processo di neurogenesi, ovvero di formazione di nuovi neuroni, era poi stato osservato nei topi, ma mancavano prove definitive che lo stesso accadesse nel cervello umano. Grazie a tecniche innovative un nuovo studio del Karolinska Institutet di Stoccolma, pubblicato lo scorso 3 luglio su Science, ha mostrato che, invece, nel tessuto cerebrale umano adulto sono presenti cellule con le caratteristiche genetiche dei progenitori neurali, ovvero cellule in grado di dividersi per generare nuovi neuroni.
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