Oggi - grazie anche a una categoria di vaccini sviluppati contro il virus SARS-CoV-2 - si discute molto più intensamente sulle innovazioni terapeutiche che ruotano intorno alle molecole di RNA. Le terapie su RNA non sono certo una novità ma, nonostante la ricerca vada avanti da decenni e sia molto promettente, questa categoria di farmaci non è ancora riuscita a sfoggiare tutto il suo potenziale terapeutico. Una delle problematiche che ostacolano l’applicazione in clinica è la mancanza di un sistema di somministrazione in vivo sicuro ed efficiente, ed è su questo che si sono messi a lavorare i ricercatori dell’Università di Nanchino. Lo studio è stato recentemente pubblicato sulle pagine della rivista Cell Research del gruppo Nature e potrebbe cambiare gli orizzonti di questo settore.
A fine febbraio è stato pubblicato sulle pagine di Nature Communications un articolo che descrive i risultati del primo studio pilota sulla terapia genica per la malattia di Fabry. Lo studio è stato condotto grazie alla collaborazione tra enti e ospedali canadesi, e i risultati sono degni di nota: tutti e 5 i pazienti coinvolti hanno iniziato a produrre la versione corretta dell'enzima - che se difettoso causa la patologia - a livelli quasi normali entro una settimana dalla somministrazione della terapia sperimentale. A distanza di tre anni, 3 pazienti su 5 hanno deciso di interrompere la terapia enzimatica sostitutiva endovenosa, rimanendo stabili.
Il dogma della biologia formulato da Francis Crick verso la fine degli anni Cinquanta aveva per protagonisti gli acidi nucleici (DNA e RNA) e le proteine. Oggi dallo studio di entrambi sono nati due campi di ricerca, rispettivamente la genomica e la proteomica. Se il primo - anche in forza del successo del Progetto Genoma Umano - ha applicazioni di più immediata comprensione, i risultati provenienti dall’analisi del secondo sono più difficili da collegare alla pratica clinica. E tuttavia tra le innovazioni di maggior rilievo di questo secolo c’è l’oncologia di precisione, la quale non può prescindere dall’integrazione di entrambi questi ambiti di ricerca.
L’estate scorsa EndeavorRx è stato protagonista di un momento storico nella storia della digital health: si tratta infatti del primo videogioco-terapia approvato nel mondo e la prima terapia digitale per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) per bambini dagli 8 ai 12 anni. L’azienda produttrice, Akili Interactive, ha recentemente deciso di testare se il software potrebbe essere d’aiuto anche per gli adulti che soffrono di “annebbiamento”, una sorta di confusione e lentezza cognitiva, causato dall’infezione da SARS-CoV-2. Attualmente, infatti, non ci sono trattamenti approvati per le disfunzioni cognitive causate dalla COVID-19.
Pochi giorni fa sono stati annunciati i 209 vincitori degli ERC Advanced Grants, finanziamenti europei a lungo termine per la ricerca scientifica di eccellenza. Tra gli 8 progetti vinti da ricercatori che svolgono la loro attività in Italia c’è quello coordinato dal prof. Michele De Luca, Direttore del Centro di Medicina Rigenerativa "Stefano Ferrari" dell’Università di Modena e Reggio Emilia e membro del Comitato scientifico di Osservatorio Terapie Avanzate. L’investimento di quasi 2,5 milioni di euro permetterà al suo gruppo di ricerca di sviluppare uno studio all’avanguardia nell’ambito della terapia genica dell’epidermolisi bollosa (EB) che potrebbe poi essere un giorno applicato anche ad altre malattie monogeniche che colpiscono la pelle e gli altri epiteli. “Il progetto è mirato alla produzione di una nuova epidermide geneticamente modificata e interamente ‘costruita’ in laboratorio”, spiega Michele De Luca.
Sebbene la ricerca sugli ibridi umano-animali abbia una storia lunga ed eticamente discutibile, negli ultimi anni i ricercatori hanno esplorato le possibilità di questo ambito di ricerca per migliorare la conoscenza di meccanismi biologici che potrebbero essere utili per ampliare le conoscenze nel campo della medicina rigenerativa. A metà aprile è stato pubblicato su Cell uno studio che descrive come delle cellule staminali umane siano state trasferite in embrioni di scimmia e, successivamente, fatti sviluppare in vitro per 19 giorni. Una sperimentazione che solleva molteplici interrogativi scientifici, tecnici, regolatori e soprattutto etici: la notizia è stata riportata su molti media e Osservatorio Terapie Avanzate ha deciso di approfondire ulteriormente un argomento di cui avevamo già parlato QUI.
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